Origine della Nostra Organizzazione

Nuestras Hijas de Regreso a Casa è un’organizzazione costituita da familiari ed amici vicini alle giovani assassinate e desaparecidas. La sua nascita risale al febbraio 2001, con una serie di proteste pubbliche provocate dall’impotenza e dall’indignazione sommate al dolore di perdere un essere amato in queste circostanze: in questo caso la sparizione -ed il successivo assassinio- di Lilia Alejandra García Andrade, che dopo aver subito intense torture per cinque giorni, fu strangolata e il cui corpo venne gettato in un campo incolto.

Queste denuncie poco a poco si convertirono in quello che adesso è Nuestras Hijas de Regreso a Casa (Le nostre figlie di ritorno a casa), infatti con l’aumentare delle famiglie che si unirono a questo movimento di lotta, fu necessario intraprendere azioni che rispondessero alle esigenze di giustizia giuridica. Il lavoro è stato serio e responsabile e il nostro operato ha portato il tema delle donne assassinate a Ciudad Juarez su un piano nazionale ed  internazionale non solamente per ciò che riguarda la diffusione di questi fatti orribili e dolorosi, ma anche nella ricerca di soluzioni: una volta esaurite le istanze di giustizia messicane, in alleanza con altre organizzazioni, abbiamo portato le nostre denuncie fuori dal paese, con l’intenzione che i casi venissero chiariti davanti alla Corte Interamericana dei Diritti Umani, e che si ponesse fine a questa terribile strage di donne così come all’impunità dei crimini. 

Le fondatrici di questa organizzazione sono Marisela Ortiz (maestra di Lilia Alejandra) e Norma Andrade (madre di Lilia Alejandra); attraverso una serie di proteste e denuncie pubbliche (che ebbero eco nella società ma non tra le autorità ed il governo), le nostre voci ed i lamenti hanno attratto sempre più famiglie che si sono avvicinate per chiedere appoggio, visto che le autorità non ne cercano le figlie che vennero sequestrate da sconosciuti nella città di Chihuahua (marzo 2001) simultaneamente  alla sparizione e uccisione di Lilia Alejandra.

Una volta che il gruppo venne integrato dalle famiglie, dovendo spingerci oltre la sola denuncia, decidemmo di intraprendere azioni tramite istanze di ogni tipo per cercare di unire la verità e la giustizia fino a quel momento inaccessibili.

La missione di Nuestras Hijas de Regreso a Casa è quella di ottenere la giustizia sia giuridica che sociale. Ovvero far sì che le autorità e i diversi gradi di governo si assumano la responsabilità di questa problematica grave e dolorosa che danneggia non solo le nostre famiglie ma tutta la società.

Noi famiglie  che facciamo parte di questo movimento abbiamo trasformato in forza il nostro dolore, avendo dovuto affrontare, dopo il brutale assassinio delle nostre figlie, l’inettitudine, l’intransigenza, l’occultamento, la corruzione e il più indifferente atteggiamento di funzionari e autorità.

Ci risulta complicato esprimere a parole il dolore straziante di sapere le nostre giovani figlie assassinate in tali circostanze, è un dolore immenso che non si estingue, al pari delle lacrime che non possiamo evitare ogni volta che  pensiamo a loro, guardiamo le cose che lasciarono o le loro foto.

Ci dà angoscia e il nostro supplizio cresce nell’immaginare come possano essere stati gli ultimi momenti delle nostre figlie assassinate sotto tortura.

E’ cosi che abbiamo dato inizio alla nostra organizzazione: trasformando questa indignazione, questo dolore, questo coraggio in una forza che ci ha permesso di sopportare tutto l’apparato burocratico e di poter affrontare i dipendenti corrotti e inefficaci, i funzionari complici e l’impunità del potere politico ed economico, cercando, più in là di quella giustizia che non abbiamo ottenuto, di ridurre le cause di tante morti assurde come quelle delle nostre figlie.


PRESENTAZIONE

Nuestras Hijas de Regreso a Casa, A.C., è un associazione civile di familiari e amici di donne che sono state assassinate e/o sono scomparse a Ciudad Juarez, Chihuahua, México, da circa dieci anni. Questa organizzazione nacque nel febbraio del 2001, in seguito alla disattenzione verso le richieste di giustizia giuridica, l’inazione governativa, la violazione dei diritti umani e la ricorrente disattenzione alle vittime.

PRECEDENTI

La situazione del femminicidio a Ciudad Juarez ha posto le famiglie delle vittime in una situazione di seria vulnerabilità, in quanto siamo famiglie impoverite, cosa che ci crea gravi difficoltà ad affrontare la vita quotidiana. Oltre a ciò, la tragedia di perdere le nostre figlie ci ha cambiato la vita.

La nostra salute emotiva è seriamente danneggiata, la stessa ricerca di chiarificazioni sui crimini e la richiesta di giustizia ha implicato il dover fare una serie di pratiche e formalità che ci hanno provocato un grande dispendio emotivo. In questo processo abbiamo progressivamente perso le poche risorse economiche e patrimoniali, cosi come le condizioni di salute che si sono deteriorate e hanno toccato il nucleo familiare tanto da generare gravi danni emotivi e fisici a causa di una situazione che non capiamo.

Visto che questa problematica esiste già da dieci anni a Ciudad Juarez e che ancora non vi è traccia di azioni efficienti in risposta alle nostre denunce, e che  non sono stati creati sostegni istituzionali pertinenti, riteniamo che questa città e le sue istituzioni, cosi come l’intero paese, abbiano un gran debito sociale con le nostre famiglie che sono state saccheggiate, diffamate e a cui son stati violati i diritti più elementari Per esempio la violazione di una vita privata e familiare, che è stata piu volte messa in discussione con l’obiettivo di stigmatizzarci come colpevoli di ciò che ci è successo, in un sistema di insicurezza umana e di discriminazione delle donne e delle famiglie come  tutte quelle che hanno costituito Nuestras Hijas de Regreso a Casa.

Le conseguenze di queste problematiche hanno già una dimensione che esige delle azioni specifiche e attenzione individuale, pero si richiede che abbiano un impatto anche sulle reti solidarie, che sono state un elemento a nostro favore che ci ha offerto aiuto.

Inoltre la nostra organizzazione mira ad avere un appoggio sociale in questa località di frontiera perché non accadano più casi come quelli del femminicidio in serie a Juarez e la sparizione di giovani donne.

Le madri che lottano attraverso l’organizzazione Nuestras Hijas de Regreso a casa sono:  

Josefina González madre di  Claudia Ivette González ;

Evangelina Arce madre di Silvia Arce ;

Soledad Aguilar madre di Cecilia Covarrubias;

Aguilar Norma Andrade madre di Lilia Alejandra García Andrade

Ramona Morales madre di Silvia Elena Rivera Morales

Juanita Delgado madre di Brenda Berenice Delgado

Julia Caldera madre di María Elena Chávez Caldera

Vi partecipano inoltre:

Mario Lee López.................. marito di  Soledad Aguilar

Silvia.....................................sorella di  

Ma. Luisa García Andrade....sorella di  Lilia Alejandra García

Ana Duarte.......................... amica e vicina di  Claudia Ivette González

Javier Rivera Morales.......... fratello di  Silvia Elena Rivera Morales

Mayela González..................sorella di  Claudia Ivette González

Marisela Ortiz Rivera............ Maestra de Lilia Alejandra García

Lizzeth Naranjo.....................studentessa (gestora)

Rayénari Leal Ortiz.............. Volontario (gestore)

Aline Hernández....................Volontaria (gestora)

Nakar Leal Ortiz.....................Volontaria (gestora)

Allo stesso modo vi  partecipano un gran numero di persone e di organizzazioni solidarie con diverse azioni a favore di questa lotta che sosteniamo, e che con la loro volontà costruiscono un aiuto importante nel lavoro di questa istituzione. Pertanto ringraziamo il loro sostegno in questo processo per sradicare l’impunità e la violenza verso le donne nella nostra comunità e nel mondo e a favore di una società e di un governo giusto e democratico.


OBIETTIVI

I nostri obiettivi principali sono, tra gli altri:

·         Lottare per la impartizione della giustizia, in compimento dei precetti internazionali.

·         Dare impulso a forme di giustizia e di equità sociale, attraverso la promozione integrale di diritti umani, non solo delle vittime del  femminicidio.

·         Informare in maniera opportuna e veritiera la comunità locale, nazionale e internazionale sui fatti relativi alla violenza di genere, la violazione dei diritti umani e il processo di accertamento nei casi che riguardano le nostre famiglie.

·         Integrare forme di denuncia e azioni a favore dell’efficienza del sistema internazionale di protezione dei diritti umani.

·         Appoggiare le famiglie che si trovano nella stessa situazione del nostro gruppo di famiglie, dando impulso ad azioni di ricerca delle loro figlie desaparecidas, così come generare un’informazione che coadiuvi gli accertamenti previ del pubblico ministero.  

·         Realizzare programmi a favore della salute emozionale e di attenzione ai familiari delle vittime, in una prospettiva integrale di diritti umani, nell’ambito dell’alimentazione, della salute, dell’educazione, di un alloggio adatto e tutto il necessario per una qualità di vita degna e sicura.

·         Realizzare eventi di sensibilizzazione e di educazione cittadina di fronte a questi atti criminali, alla violenza di genere e in difesa dei diritti umani delle donne.

·         Formazione permanente in tema di diritti umani: procedimenti giudiziali, sistema penale e legalità; sviluppo umano.

Sebbene le nostre azioni abbiano avuto inizio nel febbraio 2001, la registrazione di Nuestras Hijas de Regreso a Casa come associazione civile consta nell’atto 11375, del mese di maggio 2003, nella NOTARIA n.3, del Lic. Sergio Granados Pineda, a Chihuahua, Chih: tuttavia per la mancanza di risorse e la convinzione che la ricerca di giustizia per gli assassinii e le  sparizioni delle nostre figlie sia un diritto legittimo che non richiede permessi, decidemmo di dar formalità ai nostri atti e prendemmo la decisione di convertirci in associazione civile.

Nostro indirizzo provvisorio:

Calle Prolongación Rancho El Retiro, número 7240-3, sección 1 Fracc. Villas de Pradera Dorada Ciudad Juárez, Chihuahua, México.

Posta elettronica: nuestras_hijas@yahoo.com.mx

Pagina web: www.mujeresdejuarez.org

Telefoni: (52) (656) 624 44 57 | Cellulari  : 372 0865 e 656-6385640


La strage di donne a Ciudad Juárez 

Ciudad Juárez costituisce un caso grave e insolito di violenza contro le donne. Sono già più di 430 le donne assassinate e oltre 600 quelle scomparse dal 1993.(1)

Le vittime sono quasi tutte giovani (di età compresa tra i 15 e i 25 anni), carine, magre e con i capelli lunghi. Tutte provenivano da famiglie povere e molte tra loro non erano originarie di Ciudad Juárez. Alla ricerca di migliori condizioni di vita, vi erano arrivate per lavorare come operaie in una delle numerose fabbriche di subappalto per l’assemblaggio di prodotti per l'esportazione (maquiladoras) che si trovano nella città. Altre erano impiegate, domestiche, studentesse, commesse, segretarie, etc.

Nella maggior parte dei casi, i corpi ritrovati portano le tracce delle violenze estreme subite: stupro, morsi ai seni, segni di strangolamento, pugnalate, crani fracassati. Spesso il viso appare massacrato e irriconoscibile e in alcuni casi il corpo bruciato. Alcuni cadaveri sono stati ritrovati nei quartieri del centro cittadino, altri abbandonati nei fossati, tra terreni incolti in mezzo al deserto e, solo raramente, sepolti in modo approssimativo e frettoloso. Il modus operandi degli assassini riprende quello dei serial killer: tutte le donne sono state uccise in luoghi diversi da quello in cui è stato rinvenuto il loro cadavere, a volte dopo esser state sequestrate per intere settimane e la tipologia delle sevizie è sempre la stessa.

Prima del 2001, i cadaveri delle vittime violentate e strangolate venivano sempre ritrovati, ma da quando le inchieste si sono moltiplicate, i corpi hanno cominciato a scomparire nel nulla. Le associazioni hanno calcolato che le donne scomparse sono circa 600 oltre ai cadaveri ritrovati sono poco più di 400.

Far scomparire i corpi delle donne assassinate è diventata una specialità della criminalità locale. Il sistema abituale si chiama «lechada», un liquido corrosivo composto di calce viva e di acidi, che scioglie rapidamente la carne e le ossa senza lasciare traccia. «Nessuna traccia», è la parola d'ordine. Ridurre al nulla, cancellare, far scomparire completamente, sono le parole chiave.  

Per tutte le donne, Ciudad Juárez è diventato il luogo più pericoloso del mondo. Da nessuna parte, neppure negli Stati uniti dove pure i serial killer non mancano, le donne sono così gravemente minacciate. 

(1)  Le statistiche disponibili sul numero di donne assassinate e scomparse a Ciudad Juárez sono spesso contradditorie. Esistono degli scarti consistenti tra le statistiche ufficiali del governo messicano e quelle degli organismi di difesa dei diritti umani.  

Dal 1998, diverse organizzazioni di difesa dei diritti umani si sono recate a Ciudad Juárez per esaminare la situazione in riferimento ai crimini sistematici commessi contro le donne dal 1993. Dopo la visita, la maggior parte di loro ha formulato delle raccomandazioni. Quella che segue è la cronologia di alcune di queste visite: 

1998 : la Commissione nazionale dei diritti umani (CNDH) del Messico fece una prima inchiesta sulla morte di 81 donne a Ciudad Juárez. Al termine, emise la Raccomandazione 44/98 in cui si affermava esplicitamente che numerosi gradi governativi si erano resi colpevoli di negligenza. Si rimproverava anche alle autorità di considerare le morti come degli avvenimenti isolati e si richiedeva che venissero condotte inchieste anche contro l’ufficio del procuratore dello stato di Chihuahua. 

1999: la Relatrice speciale per le esecuzioni extragiudiziarie, sommarie o arbitrarie della Commissione dei  diritti dell’uomo dell’ONU soggiornò dal 12 al 14 luglio presentando il suo rapporto a novembre dello stesso anno. 

2001 : il Relatore speciale sull’indipendenza dei magistrati e degli avvocati della Commissione dei diritti dell’uomo dell’ONU soggiornò dal 13 al 23 maggio e presentò il suo rapporto nel gennaio 2002. 

2002 : la Relatrice speciale della Commissione interamericana dei diritti dell’uomo per i diritti delle donne dell’OEA (Organizzazione degli Stati americani) si recò a Juárez dall’11 al 13 febbraio. Il suo rapporto, reso pubblico nel marzo del 2002, s’intitola : « Le donne di Ciudad Juárez (Messico) e il diritto alla protezione contro la violenza e la discriminazione ». 

2002 : il 28 novembre, la Direttrice esecutiva del Fondo di sviluppo delle Nazioni unite per le donne (UNIFEM) si recò a Ciudad Juárez. 

2003 : la Relatrice sulla violenza contro le donne della Commissione dei diritti dell’uomo dell’ONU soggiornò a Ciudad Juárez in luglio.

Ugualmente, nel luglio dello stesso anno, Amnesty International fece un’inchiesta sugli omicidi e la sparizione delle donne. Il suo rapporto, reso pubblico nell’agosto 2003, s’intitola : « Messico : assassinii intollerabili. Da dieci anni a Ciudad Juárez e Chihuahua, delle donne vengono rapite e assassinate ».

Infine , nel settembre 2003, un gruppo di esperti (6) dell’ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, si recò in Messico per collaborare alle indagini a sostegno della polizia della città. 

2004 : La Commissione del Quèbèc di solidarietà con le donne di Ciudad Juárez si recò in Messico nel mese di febbraio e pubblicò il suo rapporto nell’Aprile dello stesso anno presentando una sintesi dettagliata degli incontri realizzati con vari rappresentanti sia delle autorità locali che dei gruppi della società civile. 
 

Ciudad Juárez : città di frontiera, zona franca industriale, città violenta 
 

Ciudad Juárez è una città di frontiera che conta circa un milione e mezzo di abitanti ed è situata in una regione desertica dello stato di Chihuahua al confine con gli Stati Uniti, a quattro chilometri da El Paso, Texas. Juárez sorge sulla linea di 3.500 Km di frontiera che separa il mondo sviluppato dal mondo in via di sviluppo: la sola frontiera al mondo ad avere questa particolarità.

Ciudad Juárez attira le popolazioni povere degli stati dell’interno che arrivano a centinaia ogni mese alla ricerca di un lavoro o per tentare di attraversare il confine. Si stima che il 35% della popolazione economicamente attiva di Ciudad Juárez sia costituita da emigrati, sia uomini che donne.

Dopo la firma dell’ALENA, Ciudad Juárez è diventata la più importante zona franca industriale di tutto il Messico. Nel 2003, c’erano 269 maquiladoras e 197 000 lavoratori e lavoratrici (2). Secondo le statistiche ufficiali nello stato di Chihuahua, le donne occupano il 48,3% dei posti di lavoro disponibili e hanno in media tra i 20 e i 22 anni ma si trovano anche delle minorenni (in Messico l’età legale per lavorare è 16 anni).

A Juárez, il costo della vita è paragonabile a quello di El Paso e i salari nelle maquiladoras non superano in media i 4$ US al giorno per dieci ore di lavoro. Nel 2003, il 18% della popolazione viveva nella povertà più estrema, il 22% non aveva un servizio d’acquedotto e il 14% viveva senza acqua potabile. I nuovi arrivati si ammassano nelle bidonvilles costruite nella periferia della città, istallandosi su terreni incolti che appartengono spesso a grandi proprietari terrieri. 
 

(2) Nel 2000, c’erano 312 stabilimenti che offrivano 255 500 posti di lavoro. Diverse multinazionali scelgono oggi l’America  centrale e la Cina dove i salari sono ancora più bassi. La chiusura delle fabbriche ha innalzato il tasso di disoccupazione da meno dell’1% nel 2000 al 3% nel 2003. 

La crescita incontrollata della città è avvenuta senza uno sviluppo parallelo delle infrastrutture e dei servizi. Le maquiladoras attingono da questo stesso bacino di popolazione impoverita la mano d’opera di cui hanno bisogno ma non partecipano in nessun modo allo sviluppo della città malgrado tutti i vantaggi (fiscali, infrastrutture moderne e gratuite, salari bassi) di cui beneficiano. Un lavoro ingente sarebbe necessario e parecchie risorse finanziare dovrebbero essere stanziate solo per asfaltare le strade che ancora non lo sono (il 44%), senza contare l’illuminazione spesso insufficiente e l’organizzazione dei trasporti pubblici. Anche il sistema di trasporto destinato agli operai delle maquiladoras non è sicuro. Non sorprende il fatto che molte ragazze scompaiano all’alba o la notte, all’uscita dal lavoro e anche in pieno giorno senza che nessuno se ne renda conto.

Ciudad Juárez è una città violenta. Accoglie dal 1993, il cartello di narcotraficanti più potente del Messico. Attraverso Juárez transita l’80% della cocaina proveniente dalla Colombia e destinata al mercato americano. I narcotraficanti non hanno nessuna difficoltà a reclutare dei trasportatori che ricevono molto più denaro di quanto non potrebbero guadagnare sul mercato del lavoro formale.

A Juàrez sono presenti più di 500 bande di strada che si dedicano ad attività criminali di ogni genere e spesso impongono ai nuovi membri lo stupro di una giovane ragazza per essere ammessi nel gruppo. I regolamenti di conto tra bande di strada rivali fanno registrare ogni giorno decine di vittime.

In questa città, in cui il predominio maschile caratterizza ogni livello dell’organizzazione sociale, la violenza verso le donne si esprime tanto nell’ambiente domestico quanto in quello lavorativo.

Le statistiche redatte dal Centro di crisi di Juárez, Casa Amiga, indicano che il 70% delle donne che vi si rivolgono per cercare aiuto sono state picchiate dai loro mariti, mentre il 30% lo sono state da qualcuno che conoscevano. Nel solo 2001, sono state presentate 4 540 denunce per stupro (12 al giorno). Ugualmente, le molestie sessuali e le minacce di licenziamento da parte dei supervisori e dei proprietari delle maquiladoras alle donne che rifiutano le loro avances sono un fenomeno corrente. La povertà aumenta la vulnerabilità delle giovani donne. La violenza che regna a Juárez sembra essere quindi il risultato di un insieme di fattori. Le statistiche nazionali del 1998 classificano Ciudad Juárez come la città più violenta di tutto il Messico. 

Contesto politico e amministrativo

Il Messico è una Federazione composta da 31 stati e da un distretto federale (Città del Messico).

Così come la federazione e il distretto federale, ciascuno degli stati ha una costituzione propria e dispone di un sistema esecutivo, legislativo e giudiziario proprio. Ciascuno dei 31 stati è suddiviso in un certo numero di amministrazioni comunali dotate a loro volta di un proprio potere esecutivo eletto.

In Messico ci sono diverse forze di polizia, ciascuna corrispondente a una delle diverse entità amministrative quali la Federazione, gli stati, il distretto federale e le amministrazioni comunali. Dall’inizio del mandato del presidente Vicente Fox, tutte le questioni legate alla sicurezza pubblica nazionale sono competenza del ministero della Sicurezza pubblica. La struttura fondamentale di questo ministero è l’Ufficio del procuratore (la Procuraduría General de la República – la PGR). In ciascuno dei 31 stati si trova una Procuraduría General de Justicia del Estado (PGJE).

Riguardo al funzionamento di questi organismi la Commissione interamericana dei diritti dell’uomo ha denunciato l’assenza di autonomia strutturale degli Uffici del procuratore rispetto al potere esecutivo federale ed ha richiesto al governo messicano di modificare questo stato di fatto.

La mancanza di coordinazione tra i corpi di polizia costituirebbe, secondo alcuni, la causa principale dell’elevato tasso di criminalità a Juárez. Stupisce, però, la perfetta convergenza tra i diversi gradi governativi, nel minimizzare il numero di omicidi e nel considerare le vittime le vere responsabili “perché passeggiavano in luoghi bui e indossavano minigonne o altre mises provocanti…” come affermò Barrio Terrazas quando era governatore dello stato di Chihuahua. In realtà la vera causa dell’aumento dei delitti sembra risiedere nell’intreccio tra impunità e negligenza del governo federale.

Diverse testimonianze indicano che gli assassini sarebbero stati protetti, in un primo tempo, dai poliziotti di Chihuahua. Successivamente avrebbero beneficiato di appoggi negli ambienti del potere legati al traffico di droga. Alla fine del 1999, alcuni cadaveri di donne e bambine furono ritrovati vicino ai ranch di proprietà di trafficanti di cocaina. Tale coincidenza sembrava stabilire un legame tra gli omicidi e la mafia del narcotraffico, a sua volta legata alla polizia e ai militari. Ma le autorità rifiutarono di seguire questa pista.

La strategia dei diversi governatori per «risolvere» gli assassinii seriali di donne a Ciudad Juárez ha portato a una sequela di manipolazioni e dissimulazioni, che in sostanza incolpavano degli innocenti. Un’altra strategia utilizzata è stata l’eliminazione di chi prendeva le difese dei falsi colpevoli. Diversi avvocati e talvolta i loro familiari, sono stati assassinati o hanno subito attentati, numerosi giudici, procuratori, giornalisti hanno ricevuto minacce di morte per costringerli ad abbandonare le inchieste sugli omicidi delle donne.

Ma, più di tutto, questa vicenda oscura rivela l'onnipotenza dei narcotrafficanti, i legami tra ambienti criminali e potere economico e politico. Molte testimonianze dimostrano che alcuni omicidi di donne sono commessi durante orge sessuali da uno o più gruppi di individui, fra cui alcuni assassini protetti da funzionari di diversi corpi di polizia, in combutta con personaggi altolocati, a capo di fortune acquisite per lo più illegalmente, grazie alla droga e al contrabbando, e la cui rete d'influenza si estende come una piovra da un capo all'altro del paese. Per questo motivo questi crimini efferati godono della più completa impunità. Secondo alcune fonti federali, sei importanti imprenditori di El Paso, del Texas, di Ciudad Juárez e di Tijuana assolderebbero sicari incaricati di rapire le donne e di consegnarle nelle loro mani, per poterle violentare, mutilare e infine uccidere. Il profilo criminologico di questi omicidi si avvicinerebbe a quello che Robert K. Ressler ha definito "assassini per divertimento" (spree murders). Le autorità messicane sarebbero da molto tempo al corrente di tali attività e rifiuterebbero di intervenire.  
Questi ricchi imprenditori sarebbero vicini a certi amici del presidente Vicente Fox e avrebbero contribuito ai finanziamenti occulti della campagna elettorale che ha portato Fox alla presidenza del paese, mentre Francisco Barrio Terrazas, ex governatore di Chihuahua diventava suo ministro. Questo spiegherebbe perché nessun vero colpevole ha mai avuto fastidi con la polizia dopo la morte di oltre 400 donne. 

Fonti utilizzate


ALTERNATIVE DI COLLABORAZIONE

CHI SIAMO

“Nuestras hijas de regreso a casa” è una associazione civile fondata da familiari ed amici delle giovani desaparecidas o assassinate nello Stato di Chihuahua, che affrontano la situazione di perdita delle nostre figlie adottando un comportamento attivo che permette, al denunciarne i fatti, di superare l’impotenza ed esigere alle autorità una risposta alla nostra domanda di giustizia.

La nostra organizzazione sorge a principio del 2001, quando questa terribile esperienza di omicidi e scomparse di donne di cui soffre la popolazione di Ciudad Juarez dal 1993 si estende alla città di Chihuahua dove cinque giovani spariscono nel giro di due mesi, e i loro genitori richiedono solidarietà. La morte e sparizione delle donne e bambine aumentano costantemente. NHRC riunisce le famiglie di Ciudad Juarez, e centinaia di persone che da allora si sono sommate al nostro lavoro: associazioni per i diritti umani, professionisti, artisti, accademici, psicologi, ecc, di origine nazionale o internazionale, e purtroppo, sempre più famiglie colpite dai fatti.

I NOSTRI OBIETTIVI          

ITALIA: RISOLUZIONE IN COMMISSIONE – AFFARI ESTERI E COMUNITARI –

La risoluzione qui allegata relativa ai crimini contro le donne di Ciudad Juarez e le minacce di morte rivolte all'Associazione messicana "NUESTRAS HIJAS DE REGRESO A CASA" è stata consegnata all'on. Umberto Ranieri, Presidente della Commissione Affari esteri e comunitari della Camera dei deputati, il quale ha proposto di inserirla all'interno di una risoluzione più complessiva riguardante il rispetto dei diritti umani in Messico.

RISOLUZIONE IN COMMISSIONE - AFFARI ESTERI E COMUNITARI –

La III Commissione,

premesso che:

in data 30 maggio 2007, le deputate dell'Ufficio di Presidenza della Camera dei deputati, in collaborazione con la deputata Amalia Shirru, che aveva da tempo rapporti diretti con l'Associazione messicana NUESTRAS HIJAS DE REGRESO A CASA, hanno promosso alla Camera, un incontro ufficiale con tale Associazione;

la cofondatrice dell'Associazione, Marisela Ortiz Rivera, ha illustrato alle parlamentari ed ai parlamentari il tragico contesto in cui essa è stata istituita nel 2001 attorno ai familiari ed amici delle centinaia di donne scomparse, nell'ultimo decennio, a Ciudad Juarez, città al confine tra il Messico e gli Stati Uniti;

intere famiglie arrivano in tale città, spinte dalla povertà; per le donne, soprattutto adolescenti, molto spesso è un cammino senza ritorno: malavita locale, sovente legata al narcotraffico, intercetta il loro sogno e le ragazze vengono sequestrate, violentate e barbaramente uccise, nella quasi totale impunità come denunciato dal rapporto di Amnesty International dell'agosto 2003 e come rilevato in precedenza da numerosi documenti, tra cui la Raccomandazione 44/98 della Commissione nazionale dei diritti umani (CNDH ) del Messico datata 1998 e le relazioni speciali della Commissione dei diritti dell'uomo dell'ONU del 2001 e del 2002;

in seguito all'importante incontro del 30 maggio 2007 ed in concomitanza con la visita in Italia del Presidente messicano Calderon, le deputate promotrici, insieme a numerose colleghe, hanno inviato una lettera al Presidente del Consiglio dei ministri, Romano Prodi, e al Ministro degli Affari Esteri, Massimo D'Alema, per sottolineare l'eccezionale gravità di questi fatti e l'urgenza di ristabilire sicurezza e giustizia;

in data 12 giugno, il Presidente del Consiglio dei ministri, Romano Prodi, ha risposto alle parlamentari, con una lettera, in cui ribadisce che il nostro Paese ravvisa tra gli obiettivi principali di politica estera la protezione dei diritti umani e l'intervento in caso di loro violazione;

in data 5 luglio 2007, il Ministro degli Affari Esteri, Massimo D'Alema, nella sua lettera di risposta alle parlamentari, ha sottolineato come l'elezione dell'Italia al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, sia la riprova della priorità assegnata dal Governo a questo tema, assicurando che in occasione della visita in Italia, il 3 e 4 giugno scorso, del Presidente degli Stati Uniti Messicani, il tema del rispetto dei diritti umani è stato puntualmente e ripetutamente affrontato;

nonostante ciò, e a seguito degli incontri pubblici che l'Associazione NUESTRAS HIJAS DE REGRESO A CASA ha tenuto in Europa, vengono segnalate nuove e gravissime intimidazioni e minacce di morte nei confronti delle donne che più espongono la propria immagine nella ricerca della giustizia;

a fronte di questi gravissimi fatti, l'attenzione delle parlamentari è più alta che mai;

invita

il Governo a rinnovare il suo impegno affinché vengano monitorati, nelle modalità che saranno ritenute più opportune, gli avvenimenti in corso e affinché vengano messe in atto le misure possibili per porre fine a questa ininterrotta e tuttora impunita catena di omicidi.

On. Amalia Schirru, On. Mariza Bafile, On. Giorgia Meloni, On. Titti De Simone, On. Valentina Aprea, on. Silvana Mura, on. Franca Bimbi, on. Sandra Cioffi, On. Teresa Bellanova, On. Rosalba Benzoni, On. Tana De Zulueta, On. Mercedes Lourdes Frias, On. Lucia Codurelli.

Roma, 12 luglio 2007


Situazione dei figli e figlie di donne vittime a Ciudad Juarez

A Ciudad Juarez, né lo stato di Chihuahua né le istanze federali si rendono responsabili della cura di quest@ minori, anche quando è evidente che hanno perduto i loro diritti fondamentali nel momento in cui è stata assassinata la loro madre. Nella maggioranza dei casi la madre era l’unico sostegno della famiglia. Nonostante alcune di loro fossero lavoratrici e il sistema di previdenza sociale (IMSS) obbligato a concedere una pensione alle loro figlie e/o figli per garantirne l’alimentazione, la salute e l’abbigliamento, il sostegno a volte prevede appena 150 pesos (poco più di 10 euro) per ogni figli@, e quando si riesce ad ottenere un aumento è di una percentuale minima, vale a dire insufficiente.

In altri casi le donne assassinate non avevano un lavoro con tali benefici. La situazione diventa quindi ancora più difficile, ragion per cui alcune famiglie - a causa dell’impossibilità di sostenerli economicamente - devono cedere la patria potestà dei bambini e/o separarli.
.
Tra questi bambini vi sono figli e figlie estremamente bisognosi di attenzione medica e psicologica, ma anche economica. Alcuni sono stati affidati alle cure delle nonne che non dispongono però delle risorse economiche per crescerli non essendo più lavoratrici per  via dell’età, anche se alcune si sono viste obbligate a tornare alla maquiladora per poter mantenere i nipoti. Altri figli semplicemente sono rimasti soli e in alcuni casi questi piccoli sono stati accolti in 5 case diverse. Tutti questi fattori porteranno gravi conseguenze durante la loro adolescenza e quando desidereranno indipendenza, dato che a Ciudad Juarez la droga è alla portata di tutti e la si trova ad ogni angolo (senza esagerare).

Possiamo testimoniare alcuni casi particolarmente gravi come quello dei figli di Lorenza Isela González (uno dei quali vive attualmente per strada), la figlia di Perla Patricia Sáenz Dìaz (che ha tentato il suicidio); i figli di Silvia Arce (uno dei quali è sotto la tutela del tribunale dei minori, mentre l’altro si trova negli Stati Uniti con persone amiche della famiglia); i figli di Alejandra García, affidati alla nonna (malata e il cui marito morì a causa di un cancro un anno fa) e sofferenti di disturbi che attribuivamo solo all’età adulta, come l’emicrania; i tre figli di Rebeca Contreras (separati e con mille bisogni); i due figli di Erica Pérez Escobedo, affidati alla nonna materna, spesso malata, che deve compiere enormi sacrifici per sostenerli mentre lotta contemporaneamente affinché le autorità riconoscano che sua figlia venne assassinata e non morì per overdose come invece affermarono.

Questi sono solo alcuni dei casi di cui siamo a conoscenza perché le loro famiglie lottano attraverso questa associazione di familiari di donne assassinate e scomparse, però sicuramente esistono molti altri casi, ognuno dei quali rappresenta una storia triste.

Ci piacerebbe diffondere informazioni su questi casi dato che, quando la nostra organizzazione esige attenzione per questi minori, ci viene data come risposta che non può essere fatto di più per loro. Dovrebbe essere elargito un sostegno di 900 pesos quindicinali per ogni famiglia che ne faccia richiesta, ma è il governo a decidere a chi concederlo e a chi no, con criteri diversi per ogni caso.

D’altra parte, per i minori che vivono soli per strada non vi è alcuna istanza a favore e, secondo l’informazione che abbiamo ricevuto, l’unica istituzione a sostegno di questi minori è stata chiusa dall’attuale amministrazione municipale (di fatto non l’abbiamo neanche conosciuta). È disperante quando cerchi un aiuto per risolvere qualcuno di questi problemi e nessuna porta ti viene aperta lasciandoti senza possibilità di scelta. È frustrante sapere che questi bambini dovranno crescere per strada e senza educazione, perché non esiste nessuno che se ne assuma la responsabilità.

Questo è solo un piccolo esempio dei casi che possiamo testimoniare ed esistono ancora più storie  le cui famiglie non appartengono al nostro gruppo. Vi sono poi altri bambini e bambine familiari delle donne assassinate, così come fratelli e sorelle, cugine ecc. Profondamente scossi dalla tragedia vissuta.

È’ per questa ragione che Nuestras Hijas de Regreso a Casa promuove un lavoro a favore di questi bambini e famiglie.


Testimonianze dei Familiari delle Donne

Assassinate e scomparse a Juarez

La Signora Juanita Delgado è la madre di Brenda Berenice Delgado, assassinata a 6 anni nel febbraio del 2003, mentre usciva da casa alle sei del pomeriggio per comprare una bibita al negozio all’angolo. La polizia ha cercato di coinvolgere nel crimine Jesús, marito di Juanita, il quale è stato torturato e detenuto in maniera arbitraria da agenti dello Stato, nella pretesa che confessasse la propria colpevolezza. La polizia ha inoltre minacciato la famiglia di incarcerare il marito di Juanita se avesse continuato ad avere contatti con l’associazione NHDRC, e come avviso, durante un interrogatorio, venne malmentato fino a causarne la rottura di due costole. La famiglia ha chiesto che venissero nominate più persone coadiuvanti al proprio caso, però l’agente del Ministero Pubblico che seguiva il caso non lo ammise, violando in questo modo la legge che permette che le famiglie nominino liberamente i propri coadiuvanti. La coppia ha presentato una denuncia alla Comisión Nacional de Derechos Humanos per le torture compiute a Jesùs. Il crimine continua impunito.


La Signora Ramona Morales è la madre di Silvia Elena Rivera Morales, assassinata nel 1995 a 16 anni. A 9 anni dall’assassinio di sua figlia, Ramona ha perso la fiducia sull’efficacia della giustizia. Ramona soffre oltre che dell’assenza di sua figlia torturata e assassinata, della perdita di suo marito Angel, morto due mesi dopo l’assassinio di Silvia Elena per un cancro aggravatosi nel vedere come gli veniva strappata via la vita di sua figlia.

A Ramona venne chiesto di identificare il cadavere di sua figlia però, sentendosi sola senza il sostegno di un essere amato, non riuscì ad affrontare il dolore e negò che il corpo che aveva di fronte fosse quello della sua amata figlia, nonostante si fosse resa conto immediatamente che Silvia Elena stava lì, senza vita, con molteplici percosse sul corpo. Quel giorno dovette rientrare a casa chiedendo denaro per strada, dato che i poliziotti che andarono a prenderla a casa sua non vollero riportarcela.

La sua sofferenza è aggravata dal fatto che la polizia fece dichiarazioni alla stampa diffamando sua figlia, dicendo che conduceva una doppia vita, che Silvia Elena usciva di notte da casa sua per andare a prostituirsi, quando questo non è assolutamente vero ed è una falsa accusa che si ripete nella maggioranza dei casi.

Ramona nel 2002 riuscì a parlare con il governatore Patricio Martínez, che le domandò in quale anno venne assassinata sua figlia, e quando lei rispose che il fatto avvenne nel 1995, il governatore le rispose che non era lui la persona a cui doveva rivolgersi, ma piuttosto Francisco Barrio, l’anteriore Governatore, perché i fatti avvennero sotto la sua gestione.

Ramona continua a lottare come il primo giorno nonostante il cattivo stato di salute e il dolore e continua fermamente a chiedere giustizia  visto che il crimine continua impunito.


La Signora Julia Caldera è la madre di María Elena Chávez Caldera, una ragazza scomparsa nel 2000 all’età di 16 anni, e di cui fino a poco tempo fa non si sapeva nulla. María Elena era operaia in una maquiladora e impiegata domestica. Julia e Daniel, genitori di María Elena, inizialmente si unirono a Voces sin Eco, la prima organizzazione di famiglie che si scioglie all’inizio del 2001. Successivamente si integrano a Nuestras Hijas de Regreso a Casa, attraverso cui esigono ancor oggi giustizia. La loro è una grande famiglia composta più da figli maschi che da figlie femmine. Brenda è adesso la più giovane della famiglia e a lei vengono dedicate cure e tempo, visto che è anch’essa una ragazza molto carina, a cui piace giocare a calcio in una squadra femminile e operaia in una maquiladora.

Vivono nell’indigenza avendo dedicato molto del loro tempo e il poco denaro prodotto dal lavoro della famiglia, alla ricerca di giustizia e a cercare di ottenere che l’assassino di María Elena venisse cercato dalle autorità.

Giulia dice che sua figlia non è stata mai cercata, Il primo cadavere ritrovato dopo la sua scomparsa si cercò di identificarlo come appartenente a María Elena, perché alcuni capi corrispondevano alla descrizione che venne fatta dell’abbigliamento che portava il giorno della sua scomparsa. La famiglia non permise che gli venisse consegnato un corpo senza prima l’identificazione tramite DNA, visto che già precedentemente alcune famiglie erano state manipolate in questo modo e perché è risaputo che i capi di abbigliamento vengano cambiati dagli assassini alle loro vittime. La polizia fece dichiarazioni diffamatorie anche in questo caso dicendo che la famiglia non accettò il corpo che gli veniva consegnato perché non aveva il denaro per il funerale. Vennero effettuati studi sul DNA per tre volte, ma dei primi due tentativi non ci furono risultati perché le autorità statali ne perdettero i campioni.

Nel maggio 2004, in risposta alla richiesta di Nuestras Hijas de Regreso a Casa, le autorità federali giunsero a Ciudad Juarez per prelevare campioni di sangue alle famiglie e realizzare nuove prove di DNA sul resto delle ossa. Questa volta le prove risultarono positive, le autorità federali un mese dopo cosegnarono i risultati identificando i resti come appartenenti a sua figlia, fatto per cui Giulia ne accettò il corpo. Julia e Daniel ancora sospettano che il corpo a cui diedero sepoltura non sia quello di María Elena, e vogliono chiedere la riesumazione della salma per poter effettuare nuove prove fuori dal paese. Il crimine, come altri, continua impunito.


Josefina González è la madre di Claudia Ivette González, assassinata nel 2001 a 20 anni, il cui corpo fu trovato in un campo di cotone in una zona molto trafficcata, di fronte alla Asociación de Maquiladoras. I resti di Claudia furono trovati accanto a quelli di altre sette ragazze assassinate. La polizia consegnò il corpo alla famiglia, nonostante due esami del DNA avessero dato esito negativo. Josefina diede sepoltura al corpo pur nel dubbio sulla sua identità.

Pochi mesi dopo Josefina dovette affrontare un’altro dolore come madre quando Jesús, suo figlio maggiore, morì a causa di un cancro, aggravato dalla tristezza di non aver potuto proteggere sua sorella minore. La famiglia assicura che Claudia venne sequestrata e assassinata da poliziotti locali.

La polizia trattenne due autisti come responsabili di questo crimine, uno dei quali morì misteriosamente in carcere, mentre la moglie dell’altro ha lottato instancabilmente per dimostrare l’innocenza di suo marito, mostrando prove della torture infierite per fargli confessare la propria colpevolezza. L’ incaricata di sradicare e prevenire la violenza contro le donne a Ciudad Juarez, nominata dal governo federale, Guadalupe Morfìn, ha chiesto alle autorità statali la liberazione dell’accusato, segnalando la sua innocenza, versione sostenuta dalle istanze dei Diritti Umani a cui sono state sottoposte le prove necessarie per un giudizio veritiero. Evidentemente il crimine continua impunito.


La Maestra Norma Andrade è la madre di Lilia Alejandra García Andrade, assassinata nel 2001 a 17 anni. Il suo corpo venne trovato in un terreno in piena città, di fronte alla maquiladora dove lavorava, vicino a strade ad alta circolazione di veicoli.

Come in tutti i casi, il ritrovamento è avvenuto casualmente, e non come risultato di un’investigazione. Questo avvenne poche ore dopo lo strangolamento e la sua identificazione fu necessaria a causa delle percosse che ricevette prima di morire che resero irriconoscibile il suo corpo e volto, e non come nel caso di altre vittime, la cui identità è dubbia per l’avanzato stato di decomposizione del cadavere che in alcuni casi si riduce solo ad ossa.  

Alejandra, nonostante la giovane età, aveva due bambini: una di un anno e un bellissimo neonato di cinque mesi. Norma finora ha lottato con tutte le forze ma senza risultati per ottenere l’adozione dei suoi nipoti a cui vorrebbe garantire loro i benefici che assicura la legge, essendo lei maestra di scuola elementare. La legge dello stato le impedisce di adottare i suoi nipoti, ma lei chiede un’eccezione.

Norma poco tempo fa ha ricevuto un’informazione non ufficiale che dice che sua figlia venne portata via da due agenti juiciales per essere consegnata a un noto impresario. Questa versione non è stata chiarita dato che le autorità non hanno realizzato investigazioni su questa linea, né esiste fiducia sul fatto che si ordini un’ azione dato che coinvolge persone importanti. Questa ipotesi non viene contemplata nella pratica.

Norma sta aspettando una risposta dalla Comisión Interamericana de Derechos Humanos, istanza di giustizia davanti alla quale ha esposto il suo caso nella speranza che la si aiuti a risolvere l’assassinio di sua figlia.

Norma attualmente è presidente dell’organizzazione ed essendo una donna molto attiva si è presentata di fronte alle autorità e  ai governanti con l’intenzione di chiarire questo ed altri assassinii di donne che ,come quello di Alejandra, continuano impuniti.


Karina Payán è figlia della maestra Elodia Payán Núñez, assassinata il 5 Agosto 2000. Le autorità, per negare il movente sessuale, diedero immediatamente la versione di un crimine causato da un assalto, dato che la maestra venne trovata nel negozio di sua proprietà. Successivamente si pronunciò l’indignazione per questo crimine da parte della comunità di insegnanti e vi fu una grande manifestazione per esigere alle autorità di chiarire l’assassinio sessuale, dato che il suo corpo venne trovato nudo e legato a piedi e mani. Come risposta, vennero presentate altre versioni che diffamavano la vittima, la quale era madre di famiglia e ripettabile maestra e direttrice di una scuola superiore. Dopo varie proteste della società civile di fronte alle poco chiare spiegazioni dell’autorità civile, vennero trattenuti Mario Chavarrìa Barraza e Marcos Chico Chàvez. Si comprovò che Chavarrìa il giorno del crimine stava in carcere per un precedente delitto di furto e che venne torturato dagli impiegati della Fiscalía de Crímenes contra mujeres affinché confessasse il modo in cui aveva assassinato la maestra. Karina è studentessa all’Università e lavora per mantenersi agli studi. Lei spera che presto la giustizia si impegni per risolvere il crimine contro sua madre che, come gli altri, rimane impunito.


Elia Escobedo è la madre di Erica Pérez Escobedo, assassinata nel settembre 2002, nel momento in cui giungevano a Ciudad Juarez autorità e istituzioni a livello nazionale per riunirsi con i cittadini di Juarez interessati a stabilire la Mesa Interistitucional promossa dall’ Intituto Nacional de las Mujeres. Il suo corpo venne trovato in un terreno tra rovi, con la camicetta sollevata e il pantalone abbassato fino alle ginocchia. Erica fu violentata e strangolata con la corda della sua stessa borsa. Le autorità in due ore, per la pressione dei visitanti e lo scandalo causato dal ritrovamento, si affrettarono a dare una risposta: Erica era morta per una overdose, e si dedicava alla prostituzione, versione elaborata dalle autorità come giustificazione di una morte cercata e non riconoscere quindi il modello di femminicidio.

Nonostante Elia ed i suoi due nipoti (figli di Erica) avessero ricevuto il sostegno psicologico da parte del personale della Subprocuraduría del Estado, el Instituto Chihuahuense de la Mujer le negò l’aiuto economico per lei e per i bambini a causa del giudizio erroneo al momento della morte. Con Nuestras Hijas de Regreso a Casa, Elia chiede di dimostrare alle autorità che Erica non era tossicodipendente e che la sua condotta era quella di una donna responsabile che ama e lavora per i propri figli. Elia solo chiede che venga chiarita la verità e che si rendano pubbliche le scuse di coloro che denigrarono sua figlia. Elia, vedova e in età matura, adesso deve sostenere, oltre a un figlio con handicap di 26 anni, i due piccoli che ha lasciato Erica: Angel e Cynthia, di 8 e 11 anni, che sopravvivono con molti sforzi alla terribile tragedia che pesa sulla sua famiglia. Il crimine continua impunito, dato che neanche viene riconosciuto come tale.


Mary Carmen Torres è sorella di Eva Edith Torres González, una giovane di 21 anni che venne deportata dagli Stati Uniti il 23 dicembre 2003 attraverso il ponte internazionale Ysleta Zaragoza alla frontiera di Ciudad Juarez/El Paso.

La sua famiglia parlò al telefono con lei pochi giorni prima, ricevendo dalla stessa la notizia che stava bene e che era alla ricerca di un buon lavoro che fino a quel momento non aveva trovato.

Mary Carmen e sua madre vivono nel Estado de México, e hanno chiesto appoggio alla nostra organizzazione per risolvere il caso. Abbiamo informato dei fatti la Procura locale diretta da Angela Talavera, ma sino a questo momento non vi è stata alcuna risposta.


Silvia Guadián, sorella di Elena Guadián, ha chiesto a NHDRC appoggio e interventi per esigere che il caso di sua sorella, scomparsa nel 1992, non rimanga nell’oblio come molti altri casi di donne. La famiglia ignora dove si trovi l’amata Elena, che ha lasciato due bellissimi bambini che la ricordano con amore.

Il caso di Elena Guadián non è stato considerato dalle autorità e non ha una pratica consistente che permetta di verificare se si stiano compiento investigazioni per il suo ritrovamento, però la sua famiglia sa che Elena non viene cercata.

 

 


La maestra Marisela Ortiz è amica della familia García Andrade, e fu professoressa per tre anni di Lilia Alejandra durante la scuola media. Marisela, dopo aver saputo della scomparsa di Lilia Alejandra, decise di sostenere la famiglia nella sua ricerca. In nome della sua ex-alunna e motivata dal dolore per la perdita, prese una serie di iniziative per protestare contro i fatti e la disattenzione della polizia verso questo ed altri casi. La situazione richiamò l’interesse di altre famiglie colpite, che decisero di unirsi per esigere giustizia attraverso un fronte comune che successivamente chiamarono Nuestras Hijas de Regreso a Casa.

Marisela, per aver ostacolato gli interessi del governo nel diffondere una serie di negligenze da parte delle autorità, è stata minacciata, perseguitata e minacciata di morte e così la sua famiglia. Costantemente le autorità disprezzano la sua partecipazione nella lotta affermando che lei non è madre di nessuna vittima e accusandola ingiustamente di lucro, per il sostegno che da alle famiglie in cerca di giustizia giuridica e il miglioramento della qualità di vita delle famiglie colpite e che fanno parte dell’organizzazione NHDRC.


In Nuestras Hijas de Regreso a Casa ci sosteniamo a vicenda per migliorare la qualità della nostra vita, cerchiamo appoggio legale affinché siano seguiti giuridicamente i casi delle nostre donne assassinate, promuoviamo attenzione psicologica a sostegno di un equilibrio emozionale e condividiamo la compagnia di altre partecipanti all’organizzazione che, come una grande famiglia, vede allegrie e tristezze. Giorno dopo giorno, nonostante gli attacchi delle autorità della polizia e del Governo del Estado de Chihuahua, siamo sempre più forti.

Nuestras Hijas de Regreso a Casa, AC
Ciudad Juárez, Chih., settembre 2004


email: nuestras_hijas@yahoo.com.mx

marixxela@hotmail.com

www.mujeresdejuarez.org

Comitato di solidarietà per la Liberazione immediata di Miguel David Meza Argueta
e Giustizia per Neyra Azucena Cervantes